Un buon esempio di come sia possibile prendersi cura contemporaneamente delle persone e del territorio è il periodo del primo lockdown, all’incirca un anno fa, quando soci e colture hanno rischiato di deperire nell’isolamento e nell’incuria.

    Ma prima singolarmente, poi due alla volta, su concessione delle autorità locali, sono stati organizzati turni giornalieri che consentissero agli animali di essere accuditi, e contemporaneamente all’orto di essere annaffiato e seguito. Mano a mano che la maglia delle norme anti-covid si allargava, le squadre di lavoro un po’ alla volta diventavano di quattro o cinque persone a turno, ben distanziate, con la mascherina, ma finalmente di nuovo insieme. Quando poi a giugno fu possibile fare di nuovo un’assemblea dei soci all’aperto, constatammo non solo la gioia di essere di nuovo assieme, ma anche che l’orto prosperava, grazie a quelle poche ma continue attenzioni quotidiane. Questa cura del territorio ed auto-cura delle persone, che avevano fatto esercizio fisico all’aria aperta, visto facce amiche, scambiato idee e ricominciato a progettare insieme, era stata resa possibile dall’appartenenza all’associazione.

    C’è un modo di dire tra i contadini del Piemonte quando si ripongono insieme nella stessa cassetta mele e kiwi o mele e cachi: si dice che si mettono assieme questi frutti perché loro si guardano. Vuol dire che stando assieme gli uni proteggono gli altri dal marcire e assieme vanno a maturazione. Ecco, mi sembra che questo un po abbiamo fatto noi ad Ortinsieme, ci siamo scambiati assistenza e abbiamo acquisito maggiore consapevolezza nelle pratiche condivise. Abbiamo generato una forma di mutualismo. Di più: abbiamo avviato pratiche di riuso del territorio, bonificando e adibendo ad orti le serre abbandonate in cui oramai si coltivavano rose. Abbiamo imparato a non forzare con pratiche di coltivazione aggressive il terreno e ad accontentarci di quello che le stagioni offrono, dividendo il raccolto equamente tra chi quel giorno ha lavorato. Abbiamo messo in piedi un gruppo di acquisto che via via sta diventando più solidale, premiando le piccole realtà produttive rispettose dell’ambiente ma anche del lavoro delle persone. Abbiamo dato il nostro contributo alla creazione ed allo sviluppo di orti didattici nel ventimigliese, impegnandoci nella costruzione di una rete che li sostenga.

    L’insieme delle buone pratiche di cura hanno generato forme di mutualismo. Questo può alludere forse in parte alla costruzione di un modello alternativo possibile, ma sicuramente senza la capacità di individuare proposte politiche sulle quali confrontarsi con le istituzioni locali.

    Tutto ebbe inizio nell’estate 2010 quando una dozzina di persone prevalentemente di Ventimiglia, incuriosite dall’esperienza in atto della comunità di Torri Superiore, si ritrovano con l’esigenza di provare a misurarsi in pratiche sostenibili di coltivazione. Da una di queste vengono spontaneamente messe a disposizione gratuitamente tre serre dismesse in San Secondo, in cui il padre aveva coltivato rose. Parte un lavoro collettivo che dura fino alla primavera successiva, quando nel 2011 si fonda come associazione Ortinsieme. Sicuramente all’inizio, al di là della pratica di condivisione del raccolto assolutamente egualitaria, vive un intento di uscire dal proprio orticello e provare a proporsi come modello di riuso possibile del territorio. Qua e là sorgono iniziative analoghe e contemporaneamente si costituisce anche il gruppo di acquisto solidale.

    Ortinsieme continua la sua attività e cresce numericamente fino a 60 soci negli anni, ma, per dare risposta al quesito iniziale, la difficoltà a condividere al di fuori dell’orto di San Secondo la propria esperienza come un modello alternativo possibile è oggi oggettiva.

    di Giorgio Caniglia e Teresa Capaldi

    Per saperne di più: http://www.ortinsieme.it/#&panel1-4