Massima capacità di analisi e minima risposta di lotta ?

    Massima capacità di analisi e minima risposta di lotta ?

    Effetti della situazione politica globale

    I dibattiti di questi gg sul G8 del 2001 come spazio-tempo di passaggio fra epoche diverse socialmente e politicamente, occasione utile

    Si può ben dire, a mio giudizio, si caratterizza per almeno due aspetti di fondo:

    – una grande qualità di analisi politica, di approfondimento non esaustivo, arricchita ogni giorno da mille gruppi diversi, a cui non corrisponde una quantità di movimenti “toccati e scossi “da volontà di opposizione al potere.

    la frammentazione sociale e soprattutto la mancanza di una linea definita, univoca ed in continuità. Dentro le reti varie nei territori che ancora si battono per specifici motivi locali o generali di interesse comune. Gli elementi generici come ad es. il ventennale del G8 a Genova che servono da momento di riflessione, sono memoria rivisitata criticamente,

    Vorrei tentare la via difficile di dare una interpretazione generale non esaustiva a tali fenomeni che ci coinvolgono anche nell’azione quotidiana della nostra rete.

    Non è solo politica, ma passa attraverso la psicologia di comportamenti di massa per gettare elementi di riflessione da sviluppare.

    La società del capitalismo finanziario del 2021 si caratterizza per la globalizzazione economica, per le forme istituzionali legali che determina.

    Si sta compiendo una trasformazione del consumismo imposto da chi ne sta ai vertici, che è diventato mercato plurimodale e pian piano ingloba ogni territorio deprivandolo di omogeneità.

    Le merci, i beni transnazionali prodotti non hanno più luogo specifico di nascita produttiva, deposito, mercato, utilità sociale o almeno cambiano in breve tempo in cui l’unico elemento decisionale è il mantenimento del valore di profitto del denaro che ne è determinato.

    Il consumismo crea dipendenza

    Siamo i figli della generazione che ha sciolto ogni legame con la terra di nascita, con l’appartenenza a gruppi antropologicamente definiti religiosi, etnici, in ogni nazione e per motivi diversi.

    Le decisioni operate da mega gruppi finanziari di mercato e globali (Blackrock, Amazon, Google, lobby o banche operative, gruppi industriali per vendita armi, ecc) rendono inutile ogni lamento e opposizione poiché hanno in parte espropriato gli stessi governi NAZIONALI attraverso un percorso di accordi segretati, di capitali immensi spostati ed indirizzati, ne saltano persino i fondamenti fiscali.

    In una sarabanda mondiale in cui tutto, dalla digitalizzazione al 5G, dal trasporto merci alle infrastrutture, dai mercati dei beni comuni (acqua, salute energia, ecc) alle produzioni manifatturiere, compresa la comunicazione asservita come arma nascosta per l’obiettivo: il profitto.

    Attualmente il conflitto interno al capitalismo è fra forme di Grandi Aziende o Società contro medie e gli esiti sono scontati.  Tutto per concentrare potere di produrre o commerciare, alle piccole realtà produttive locali non rimangono che nicchie specifiche di settori per sopravvivere.

    Non sto dicendo niente di nuovo, nella rete della Società della Cura, questi aspetti sono stati esaminati e analizzati anche attraverso le operatività concrete come l’azione del governo Draghi ed il PNRR deciso in EU e attuato a Roma come aiuto concreto al sistema imprese.

    Il passaggio fra la critica e l’azione di lotta, pur con singoli esempi specifici ancora vivi e propulsivi (vedi NOTAV , ecc) è impietoso! Abbiamo ragione ma decidono loro!

    I meccanismi di azione del potere, della finanza, delle istituzioni nazionali o europee o transnazionali sono cose abbastanza note, trattate ampiamente.

    Allora non siamo abbastanza convincenti e ad una analisi impietosa non segue una battaglia sociale furiosa? Rimane una opzione accennata da irriducibili post–no global o una ribellione culturale di intellettuali già sconfitti?

    Il senso del mercato globale e suoi effetti sociali

    La politica non spiega tutto, ma serve parlarne perché è il nodo della questione della contrapposizione qui ed ora.

    La società del profitto, del PIL e dello Spread rincorso, ha come effetto almeno due elementi caratteristici:

    l’atomizzazione del sociale dove moltissime associazioni o gruppi di azione (anche solo culturale) non dialogano fra loro per aspetti specifici di azione pur stando sullo stesso territorio, ma anche per difesa dalle incursioni dei partiti, ormai considerati, quando va bene, con diffidenza.

    Il capitalismo moderno ha spezzato l’identità del singolo dentro il suo territorio pragmaticamente. Non solo togliendo ogni minimo strumento di democrazia partecipativa, ma il mondo è diventato un grande mercato globale interconnesso in un eccesso di produzione di merci!

    Il CONSUMISMO che nel tempo ci ha trasformato, è in parte accettato, introiettato nei comportamenti, diventato abitudine e parte della nostra vita, in modo spesso incosciente ha creato un legame con le cose delle persone che in parte si è trasformato in un percorso “naturale” con le merci prodotte sino a riconoscerne una dipendenza indiretta a questo sistema liberista. Ogni merce prodotta, attiva un insieme sistemico di attività collaterali che diventano aspetti consolidati di comportamento consapevoli o meno.

    Comprare la T-shirt a 2,5 euro al Decatlon è dare vita ad un sistema, anche se non lo abbiamo deciso noi, con tutta la filiera che si porta dietro di scelte sociali.

    Siamo coscienti che per esempio un commercio equo e solidale di prodotti agricoli è preferibile, ma poi nel negozio sotto casa con comodità compri le cose meno costose che paiono una scelta di compromesso accettabile.

    Causa ed effetti mescolati

    Smetti di chiederti se il tuo acquisto ha potenziato lo sfruttamento di persone che non conoscerai mai dall’altra parte del mondo.  Se hanno determinato spreco di acqua o distruzione ambientale. Le merci o meglio il loro valore monetario intrinseco ci hanno permeato. Il valore rappresentato di lavoro, servizi e di debito monetario fa parte della coscienza individuale, ma è diffuso fra larghe masse. Lo abbiamo accettato, introiettato incautamente. del resto se i partiti lo hanno accettato come vangelo il singolo può ben poco opponendosi.

    Esserne critici è fatica, è apertura mentale che richiede interessi, letture, dialoghi, confronto. L’individuo lasciato solo e schiacciato fra pandemia e responsabilità oggettive fatica ad aprire il raggio di azione, il proprio personale modo di stare nel sociale che spesso è valvola di sfogo non piano di azione antagonista complessiva.

    Non è un caso che da tempo i partiti abbiano smesso di cercare un dialogo collettivo, di spiegare le loro scelte, disabituando al confronto. Oggi si va a migliaia ai funerali di gente mai conosciuta o di icone come la Carrà spinti dai media ma non per difendere diritti sul territorio.

    Non è un caso che i difensori del liberismo da Salvini a Letta tendano a parlare alla pancia, che i sindacati avanzino rivendicazioni senza mai mettere in discussione il sistema che genera condizioni difficili, la loro adesione è convintamente opportunistica (Ilva docet)

    In fondo la “non belligeranza” di tanta parte della popolazione, come l’aumento incredibile del consenso a politiche di destra retrograde( la Meloni al 20%) e violente è una adesione indiretta,(spesso inconsapevole) al mondo di luci e pajettes del capitalismo moderno. Una non scelta, ma indifferibile.

    Il governo dei migliori è la fotografia di una unificazione finanche di linguaggio, dove i provvedimenti presi contro l’interesse generale sono la loro resa al sistema a cui nuovi adoratori di atlantismo ed europeismo si aggiungono e terrorizzano le masse già compresse!

    Se tutti quanti parlano bene di un modello di sviluppo del PIL …sarà certamente il migliore o il meno peggio consolidato! Ogni variante crea problemi e responsabilità.

    Far funzionare il “SISTEMA” è l’essenza della logica del profitto sino a far sembrare indispensabile prendersela con il nemico esterno identificato con i migranti, gli omosessuali, i disabili, oppure creando nemici continentali dentro un mercato da dominare, come Russi, Cinesi, Indiani, Arabi, ecc

    Una forma individuale( di massa) del lasciarsi vivere.

    Rimane il buon vecchio “panem et circensis” con le partite di calcio dove sognare o sfogarsi, i giochi on-line, la tv del Grande Fratello o dell’Isola dei Famosi in aumento . La pandemia sotto questo punto di vista è servita a silenziare, a chiudere in casa milioni di persone terrorizzate che faticano a sganciarsi da questo atteggiamento supino. Al massimo si mugugna sui social.

    Non si può essere sempre “contro” e la paura del cambiamento, soprattutto quando non hai chiaro dove andare a parare, non hai sicurezze su quale mondo desideri, è un rifugio comodo.

    La CONVERGENZA della S. della C. è un tentativo necessario da sviluppare.

    C’è di più! Per una quota importante della popolazione è un LUSSO scontrarsi.

    Se ci sono circa 9 milioni di poveri accertati, questi sono impegnati a campare giorno dopo giorno, a trovare soluzioni una dopo l’altra, fanno tre lavori contemporanei. Il reddito miserabile  a fronte di un tempo di lavoro dilatato non dà loro la fermezza ed il tempo di scegliere…rotolano sulle strade e passano da una brutta esperienza ad un altra.

    Al massimo aprono vertenze specifiche, locali, sindacali, spesso la parola “sconfitta” aleggia.

    Certamente al Rider precario, alla badante non sta bene vivere così.

    La realtà schiaccia l’individuo e lo rende sempre più dipendente da forme che non controlla.

    O trova aiuto collettivo, forme organizzate concrete o rimane uno sradicato praticamente e culturalmente nei dettagli sociali del suo territorio. Il collegamento fra gli strati più sfruttati e il ceto medio è un terreno di lavoro politico importante. Se il primo esprime istinto di ribellione concreta, il secondo può essere capacità di dialogo ed elaborazione.

    Ha una seria responsabilità la conduzione e poi la triste fine non conclusa del vertice del M5S, l’ultima speranza istituzionale dentro a movimenti civici deprivati, ormai delusi a ragione piena.

    Ne vedremo gli effetti nelle prossime elezioni dove la quota del non-voto aumenterà a dismisura, ovviamente come forma critica indiretta, ma senza risultati pratici di cambiamento.

    Queste poche e frettolose descrizioni hanno lo scopo di far crescere il dibattito soprattutto a chi come noi, continua a macinare analisi, iniziative e proposte politiche, tentativi di mobilitazione.

    E’ una fase, a mio personale giudizio, che non cambia nell’immediato perché lo vogliamo noi, ma necessita di vari elementi, chiede strumenti operativi concreti e tempo oltre a condizioni di vitta al limite.

    Lo stato dell’arte nella politica sociale

    Lo strato sociale della media e piccola borghesia è ancora il corpo molle in cui si muove la politica tutta, dai partiti di dx e sx, sindacati confederali compresi, unificati nel liberismo mondialista e nazionale.

    E’ lo strato “dell’icona classe operaia residuale” ancora sopravvissuta, del ceto medio impiegatizio della P.A. che ancora va in ferie, che si muove dentro categorie in qualche modo ancora garantite (ricerca e università, portuali, sanità, professionisti, commercianti, ecc) . Uno strato che sarà anche capace di coscienza critica, ma difenderà questi “privilegi” con le unghie e con i denti fornendo il necessario humus sociale ai partiti anche di diversa sponda dal PD a Lega e Fd’I.

    A Roma (al di là del dibattito cretino su Raggi si o no) nella struttura del personale del comune e delle partecipate(oltre 22.000 persone) oltre cinquemila fra dirigenti alti, medi e di manovalanza erano stati assunti e sono ancora lì, messi attraverso corruzione, trucchi e amicizie torbide, anche come controllo degli altri…

    In questa situazione sociale giocano un ruolo alcune associazioni nazionali dove, mentre diventano forme sottopagate di consulenza a certi comuni attraverso la cultura delle “BUONE PRATICHE”. Diventano parte del mercato liberista involontariamente anche se localmente fanno lavoro contro gli aspetti più critici del territorio, dall’ambiente alla vita civile. Ne diventano una parte di legittimazione come i mercati paralleli di G.A.S. o altro che permettono nicchie di sopravvivenza colta, ma senza cambiare la sostanza del presupposto di mercato agricolo mondiale. Il potere non si oppone li ingloba nel proprio mercato come forme diverse!

    C’è una documentazione su questi aspetti, dall’auto-produzione, al riciclaggio dei rifiuti, la pulizia dei boschi o del corso dei fiumi, il volontariato sociale, il terzo settore o altro che diventa indirettamente (non si tratta di attività negative in sé) funzionale al “sistema di potere”. Un modo facile di scaricare ansie e turbolenze sociali personali, in un contesto collettivo senza cambiarne paradigma di fondo. Combattono singoli aspetti del capitalismo finanziario, non come sistema globale.

    Il mercato delle merci ne inventa una ogni giorno e fa diventare merce le persone che pensano di essere contro…. Vivere di queste “piccole soddisfazioni” è facile da capire, diventa il modo comodo di guardare il proprio ombelico senza cambiare davvero molto, mentre inquinano fabbriche, si degradano i boschi, franano i territori, il clima si altera, le fossili si prendono le risorse, la mobilità senza servizi si macina il tempo di vita e crea stress, ecc.

    Allora certo che serve parlarne, spiegare, informare, anche provocare ….come questo sito testimonia per creare un laboratorio di idee di alternativa possibile. Metro di paragone dentro le risposte che dai singoli ai gruppi organizzati devono trovare attenzione, comunicazione, abitudine a a non essere lasciati soli allenando nel tempo a COLTIVARE CONVERGENZA!

    Gianni Gatti

    GUARDAVAMO LA LUNA, NON IL DITO!

    GUARDAVAMO LA LUNA, NON IL DITO!

    Genova vent’anni dopo: un altro mondo è necessario

    Guardavamo la luna, non il dito. Il variegato movimento altermondialista che si è riunito vent’anni fa a Genova nei giorni del G8 aveva le idee chiare sulla crisi sistemica che stava scuotendo il mondo e voleva affrontarla di petto, nella sua multidimensionalità e complessità. Le sue parole, le sue istanze e le sue proposte furono allora soffocate nel sangue, in quella che Amnesty International definì “la più grande violazione dei diritti umani in occidente dopo la seconda guerra mondiale”.

    I giorni di Genova hanno segnato in maniera indelebile la vita di tanti e tante che avevano ritrovato il bandolo della matassa. Una matassa prima tutta annodata e scomposta, quando nei propri luoghi di vita, militanza e attivismo, o semplicemente dal proprio posto di lavoro o quartiere, si avvertiva un senso di straniamento e impotenza: ma cosa sta succedendo? Dove sono i padroni che hanno licenziato il mio vicino di casa? Come mai hanno chiuso la fabbrica dove lavorava mezza città e la produzione è finita dall’altra parte del mondo? Chi sono questi loschi figuri che indebitano Comuni e Stati e impongono ai Governi riforme che nessun cittadino ha mai voluto, né votato? Perché dobbiamo mangiare frutta e verdura importata e maturata nelle celle frigo mentre le nostra non viene nemmeno raccolta e marcisce sugli alberi? Come mai i servizi pubblici sono sempre meno e peggiorano sempre più? E perché crescono gli investimenti in armamenti e guerre, se mancano i soldi per la sanità e la scuola?

    Il Public Forum del 2001, oscurato dalla violenza di quei giorni magistralmente utilizzata dai poteri forti e dai media per tappare la bocca e marginalizzare politicamente il movimento dei movimenti, fu un esercizio straordinario di elaborazione collettiva per rispondere alle domande di una comunità umana smarrita e confusa di fronte alla globalizzazione neoliberista. L’intento, riuscito, era quello di interconnettere problemi e temi per ridare un volto e delle responsabilità alla crisi, oltre che possibili soluzioni.

    Oggi quella crisi si è fatta gravissima, le ingiustizie e le diseguaglianze sono aumentate senza più alcun contenimento sociale e politico, le istituzioni della democrazia rappresentativa sono in frantumi mentre la crisi climatica avanza inesorabile, rivelando senza infingimenti che il tempo è quasi scaduto. Siamo in piena sindemia ma le risposte della politica asservita alle oligarchie finanziarie ed economiche sono penosamente insufficienti, ottuse e spesso sbagliate.

    Per questo, oltre che per fare memoria scevra da reducismo, oltre 30 organizzazioni e associazioni della società civile, nazionali e locali, hanno dato vita ad un progetto finalizzato a riflettere insieme alla cittadinanza, su cosa è accaduto a Genova 20 anni fa e su quali conseguenze ha avuto sul nostro presente la drammatica sottovalutazione delle domande poste dal movimento dei movimenti. In maniera trasversale si affronteranno due questioni centrali: il grave, accelerato e progressivo deterioramento dei diritti umani fondamentali, economici, sociali e culturali e naturalmente la relazione tra l’uso della forza e delle armi da parte delle forze dell’ordine e la garanzia dell’ordine pubblico costituzionale. Le iniziative di “Genova vent’anni dopo: un altro mondo è necessario” si svolgeranno tra il 18 e il 22 Luglio in luoghi diversi della città: da Palazzo Ducale, al Circolo dell’Autorità Portuale, dai Giardini Luzzati a Music for Peace. Ci saranno conferenze, tavole rotonde, presentazioni di libri, mostre, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche e un cammino urbano da Bolzaneto al centro cittadino, attraverso i luoghi simbolo del G8 del 2001 https://issuu.com/yogecomunicazionesensibile/docs/g8prog

    Attivisti e attiviste del movimento altermondialista impegnati a Genova e negli anni seguenti, organizzazioni e movimenti sociali di vecchia e nuova generazione, campagne, lotte e vertenze del nostro Paese sono inoltre invitati a partecipare all’assemblea organizzata dalla rete “Genova 2021: voi la malattia, noi la cura” il 19 luglio, verso un autunno di mobilitazione e convergenza per chiedere un netto cambiamento di rotta a beneficio della comunità umane e del pianeta. Il 20 luglio dalle ore 15:00 si terrà la manifestazione a Piazza Alimonda, promossa dal Comitato Piazza Carlo Giuliani.

    La cura e la pandemia del patriarcato

    La cura e la pandemia del patriarcato

    L’ennesimo femminicidio si è consumato qualche giorno fa a Ventimiglia, luogo natale del Corsaro Nero nella narrazione di Salgari, ma soprattutto terra di confine, non per questo meno avventurosa, per il passaggio dei corpi in cerca di un domani migliore e come altri territori, per i diritti umani spesso violati, per le disuguaglianze di genere.

    Sharon è stata uccisa a colpi d’arma da fuoco dal suo ex compagno, nel quartiere che più di altri nell’estremo ponente ligure è attraversato dal fenomeno migratorio.

    L’uccisione di una donna per mano di un uomo, non è un ‘raptus’ ne un gesto dettato dalla disperazione, ma un fenomeno endemico del patriarcato che da secoli permea la nostra cultura, seguendo logiche di potere/possesso che mettono l’uomo ai vertici delle gerarchie della nostra società.

    Che si tratti di un corpo, di un bene o di lavoro, la logica della proprietà o del profitto individuale, connaturati nella cultura imperante, sono il terreno che alimenta la competizione a scapito delle relazioni.

    La pandemia ha visto triplicare in questi mesi di lockdown e di crisi epidemiologica i femminicidi a livello nazionale, così come le donne sono il 98% dei casi di licenziamento nel Paese.

    Ciò a testimonianza che le condizioni di genere sono più di altre la ‘terra di confine’ della società, una società patriarcale e capitalistica che pone al centro la gerarchia di valore e riconoscimento, anche economico, della produzione e della ri-produzione. Una caratteristica specifica dell’oppressione delle donne e di altri gruppi ‘fragili’ nelle società di mercato.

    Per un nuovo modello di comunità, occorre anteporre i bisogni altrui ai nostri, il ‘prendersi cura’ alla predazione, la cooperazione alla competizione, il ‘noi’ dell’uguaglianza e delle differenze all’‘io’ del dominio e dell’omologazione.

    Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all’economia del profitto, dobbiamo tutte e tutti contrapporre la costruzione di una società della cura. Accanto a un processo di liberazione femminile, occorre dare impulso ad una rivoluzione culturale e delle coscienze maschile, poiché la violenza contro le donne ci riguarda come un virus libero di agire in un corpo sociale.

    Prendendo in prestito le bellissime parole di Marie Moïse, attivista e dottoranda in filosofia politica dell’Università di Padova e Tolosa:
    Quando la cura viene rivolta non più alla fonte di violenza o sfruttamento, ma verso le altre vite inquiete e in apprensione, la forza subalterna si accumula e l’asimmetria di potere inizia a vacillare”.

    “… Per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti…” F. De André

    di Mauro Giampaoli (Attac Imperia)

    Gli spazi sociali come strumento di ‘cura’ nella società in movimento

    Gli spazi sociali come strumento di ‘cura’ nella società in movimento

    La cura delle comunità è cura della vita, della qualità del vivere. E’ condizione primaria contro la precarietà e le fragilità, ma è anche una questione di giustizia, di democrazia a fronte delle tante diseguaglianze dell’oggi.

    Disegnare un nuovo modo di abitare il mondo, nuove regole di convivenza, nella condivisione del reale interesse pubblico, in controtendenza alla depredazione e all’avidità di pochi.

    La stessa cura necessaria per la precarietà esistenziale, dei migranti degli ultimi e degli oppressi, come impegno del vivere sociale attraverso l’educazione popolare, per una trasformazione della società e per porre al centro le persone e i territori.

    Per far ciò, se si interviene in una logica di PROCESSO, si diventa progressivamente parte di un contesto, nel quale si attivano e si valutano insieme nuove conseguenze. L’attenzione non è mirata alla singola azione, al singolo beneficio ma a tutta la trama di relazioni che si dipanano. La logica assistenziale è superata come non solo inutile, ma persino dannosa rispetto alla situazione/condizione in cui si è immersi.

    Ne sono testimonianza l’attività di educazione popolare in corso a Roverino, quartiere di Ventimiglia e l’attività in corso presso il magazzino di Popoli in Arte a Sanremo.

    Nel primo caso, il quartiere, attraversato dal fenomeno migratorio, seppur con le oggettive difficoltà, diventa luogo di riqualificazione dell’abitare e di relazione sociale, nell’ottica della costruzione di comunità interdipendenti. Ne sono testimonianza cinque murales e pitture ludico – educative nati con la collaborazione di abitanti e realtà aggregative del quartiere, che stanno stimolando altre energie cittadine sul quartiere stesso.

    Nel secondo lo spazio, frequentato per lo più da donne, è un luogo inizialmente di scambio e mutualismo, nel quale coloro che sono in difficoltà economiche sono le stesse che lo gestiscono e ne beneficiano. Da qui, un progressivo processo integrativo, che con il sostegno della Croce Rossa Monegasca, diviene uno reale spazio di aggregazione sociale a beneficio dell’intera comunità del quartiere.

    di Maria Paola Rottino (Popoli in Arte* e per la Società della cura imperiese)

    * Associazione attiva a Sanremo e nella provincia di Imperia, oltre che ad Haiti e in Brasile, sviluppa processi di coscientizzazione delle comunità attraverso educatori popolari che si mettono in ascolto e a disposizione delle stesse.

    Orti insieme, un modello di società possibile?

    Orti insieme, un modello di società possibile?

    Un buon esempio di come sia possibile prendersi cura contemporaneamente delle persone e del territorio è il periodo del primo lockdown, all’incirca un anno fa, quando soci e colture hanno rischiato di deperire nell’isolamento e nell’incuria.

    Ma prima singolarmente, poi due alla volta, su concessione delle autorità locali, sono stati organizzati turni giornalieri che consentissero agli animali di essere accuditi, e contemporaneamente all’orto di essere annaffiato e seguito. Mano a mano che la maglia delle norme anti-covid si allargava, le squadre di lavoro un po’ alla volta diventavano di quattro o cinque persone a turno, ben distanziate, con la mascherina, ma finalmente di nuovo insieme. Quando poi a giugno fu possibile fare di nuovo un’assemblea dei soci all’aperto, constatammo non solo la gioia di essere di nuovo assieme, ma anche che l’orto prosperava, grazie a quelle poche ma continue attenzioni quotidiane. Questa cura del territorio ed auto-cura delle persone, che avevano fatto esercizio fisico all’aria aperta, visto facce amiche, scambiato idee e ricominciato a progettare insieme, era stata resa possibile dall’appartenenza all’associazione.

    C’è un modo di dire tra i contadini del Piemonte quando si ripongono insieme nella stessa cassetta mele e kiwi o mele e cachi: si dice che si mettono assieme questi frutti perché loro si guardano. Vuol dire che stando assieme gli uni proteggono gli altri dal marcire e assieme vanno a maturazione. Ecco, mi sembra che questo un po abbiamo fatto noi ad Ortinsieme, ci siamo scambiati assistenza e abbiamo acquisito maggiore consapevolezza nelle pratiche condivise. Abbiamo generato una forma di mutualismo. Di più: abbiamo avviato pratiche di riuso del territorio, bonificando e adibendo ad orti le serre abbandonate in cui oramai si coltivavano rose. Abbiamo imparato a non forzare con pratiche di coltivazione aggressive il terreno e ad accontentarci di quello che le stagioni offrono, dividendo il raccolto equamente tra chi quel giorno ha lavorato. Abbiamo messo in piedi un gruppo di acquisto che via via sta diventando più solidale, premiando le piccole realtà produttive rispettose dell’ambiente ma anche del lavoro delle persone. Abbiamo dato il nostro contributo alla creazione ed allo sviluppo di orti didattici nel ventimigliese, impegnandoci nella costruzione di una rete che li sostenga.

    L’insieme delle buone pratiche di cura hanno generato forme di mutualismo. Questo può alludere forse in parte alla costruzione di un modello alternativo possibile, ma sicuramente senza la capacità di individuare proposte politiche sulle quali confrontarsi con le istituzioni locali.

    Tutto ebbe inizio nell’estate 2010 quando una dozzina di persone prevalentemente di Ventimiglia, incuriosite dall’esperienza in atto della comunità di Torri Superiore, si ritrovano con l’esigenza di provare a misurarsi in pratiche sostenibili di coltivazione. Da una di queste vengono spontaneamente messe a disposizione gratuitamente tre serre dismesse in San Secondo, in cui il padre aveva coltivato rose. Parte un lavoro collettivo che dura fino alla primavera successiva, quando nel 2011 si fonda come associazione Ortinsieme. Sicuramente all’inizio, al di là della pratica di condivisione del raccolto assolutamente egualitaria, vive un intento di uscire dal proprio orticello e provare a proporsi come modello di riuso possibile del territorio. Qua e là sorgono iniziative analoghe e contemporaneamente si costituisce anche il gruppo di acquisto solidale.

    Ortinsieme continua la sua attività e cresce numericamente fino a 60 soci negli anni, ma, per dare risposta al quesito iniziale, la difficoltà a condividere al di fuori dell’orto di San Secondo la propria esperienza come un modello alternativo possibile è oggi oggettiva.

    di Giorgio Caniglia e Teresa Capaldi

    Per saperne di più: http://www.ortinsieme.it/#&panel1-4

    Assemblea ligure della società della cura del 5 maggio 2021

    Assemblea ligure della società della cura del 5 maggio 2021

    Riportiamo di seguito una sintesi dei principali temi della assemblea ligure della Società della cura.

     

    Nei prossimi mesi ci saranno due appuntamenti importanti, che non vogliono avere un carattere celebrativo, ma soprattutto propositivo, in considerazione dell’attuale crisi e in vista dei prossimi impegni a partire da questo autunno:

     

    Il percorso della Società della cura ligure ha realizzato alcuni obiettivi:

    • mobilitazioni in diverse occasioni, l’ultima della quali è stata il 10 aprile, in occasione della presentazione del Recovery PlanET: vedi l’articolo sulla Presentazione del Recovery PlanET Sabato 10 aprile
    • assemblee tematiche su sanità e mobilità, il cui percorso sta proseguendo attraverso ulteriori iniziative a livello locale
    • predisposizione di strumenti di comunicazione interna ed esterna, cioè la mailing list e il sito:

              www.societadellacuraliguria.it

    quest’ultimo potrà diventare uno strumento utilissimo se lo useremo al meglio

     

    La SdC non deve essere vissuta come un ulteriore impegno che va ad aggiungersi a quelli che già abbiamo, Ma è un modo diverso di fare le stesse cose che già facciamo nei nostri comitati, associazioni ecc.

    Una ulteriore iniziativa per il prossimo futuro può essere la partecipazione alla campagna “Giudizio universale” per le inadempienze del governo sul clima, che hanno comportato violazioni di alcuni diritti fondamentali delle persone.

    Infine si ricorda che sabato 5 giugno si svolgerà l’assemblea nazionale della Società della cura, con tre riunioni preparatorie nei tre venerdì precedenti l’assemblea.

     

    Nei successivi interventi della assemblea ligure della Società della cura sono state sottolineate alcune criticità, che dovranno essere affrontate in relazione alle risorse disponibili, e sono state presentate alcune proposte:

    • spesso nei territori non c’è il tempo per partecipare attivamente alle iniziative promosse dal coordinamento nazionale della Società della cura, a causa del grande lavoro necessario per partecipare a comitati e movimenti locali
    • bisogna uscire dai confini delle associazioni
    • ci vuole una cornice politica chiara
    • è necessario un approccio più territoriale, che è in grado di coinvolgere maggiormente le persone
    • la Società della cura ligure deve avere dei contenuti propri; bisogna partire dal disagio (economico, morale, psichico, esistenziale) delle persone, non dai problemi in astratto; al riguardo si potrebbero fare delle inchieste ad hoc, i cui risultati potrebbero poi essere pubblicati sul sito, ma bisogna mettere a punto delle metodologie adeguate
    • a La Spezia per il 12 giugno si sta organizzando qualche iniziativa sull’acqua e sul tema della salute
    • Legambiente e il circolo Nuova Ecologia di Genova partecipano alle iniziative di Amnesty
    • per i giovani il problema più importante è il lavoro
    • a Ventimiglia sono sempre presenti gravi problemi relativi alla situazione dei migranti. Si potrebbe organizzare qualche iniziativa su questo problema, in occasione dei prossimi appuntamenti di giugno e luglio
    • spesso le nostre riunioni non portano a decisioni concrete; bisognerebbe organizzare degli incontri tematici con delle conclusioni operative.