Nella società del PIL e delle imprese sembra un discorso poco interessante parlare di agricoltura o almeno di minor importanza, ma rimane che senza di essa saremmo morti!

    La finanza regolatrice

    Detto ciò il capitalismo finanziario in Italia come in EU o nel resto del mondo, procede a velocità della luce a tenere la barra verso la difesa del profitto. Piuttosto che adempiere alla ricerca della soluzione alimentare nel mondo e va da sé nella gestione politica delle proprie scelte. Ogni nazione ha un modo in parte diverso di approccio, ma sempre nella conduzione globale del filone capitalista.

    Ci sono elementi da considerare non in ordine di importanza per punti :

    – Le banche attraverso la concessione del credito investono (danno credito) quasi solo alle medie, grandi imprese che investono nel campo agroalimentare perché più sicure e semplici da gestire.

    Vedi la recente approvazione della PAC europea che porta all’accordo sulla riforma della Politica agricola europea. Essa è slegata dal Green Deal e lascia a casa l’ambizione su come spendere oltre 386 miliardi di euro (circa il 33% del bilancio comunitario) dal 2023 al 2027. Parliamo del regolamento sui piani strategici nazionali, che riunisce quelli storici su pagamenti diretti e sviluppo rurale (primo e secondo pilastro). Sarà destinato, infatti, ai programmi di finanziamento per gli agricoltori che presentano i progetti più virtuosi solo il 25% delle dotazioni nazionali per i pagamenti diretti. Tra l’altro con diverse flessibilità. Intanto un tetto al 20% tra il 2023 e il 2024 (learning period). Il Parlamento chiedeva che si arrivasse al 30% del primo pilastro (circa 58 miliardi di euro), ma si era già detto pronto ad accettare il 25%, mentre il Consiglio era rimasto a un 20% (quasi 39 miliardi). Quindi minori possibilità per il microcosmo agricolo mentre chi è già più strutturato e opera su scala ampia, è favorito.

    Il mercato autoregolante

    – Dipende anche da queste scelte politiche che il “mercato” autoregoli” in senso peggiorativo, senza alternative la spartizione interna nazionale delle risorse.  Attraverso ad essa anche le quote della stessa produzione agricola o di allevamento. Se favorisci culture devastanti per l’impatto necessario di acqua come il granoturco, la soia quasi per esclusivo uso ad alimentazione animale, orienti verso una concentrazione di potere e di commercio non sostenibile sul lungo periodo. Tutti ricordiamo la mai risolta guerra delle quote latte.  Dato il prezzo basso dello stesso granoturco o del grano e l’uso degli stessi prodotti coltivati con uso di Glifosato e pesticidi resi in questo modo più efficienti e performanti, mentre la salute non è un problema delle Grandi Aziende.  Investimenti in appezzamenti estesi di territorio, in macchine più performanti e costose, significa favorire l’allevamento intensivo e la concentrazione anche di potere contrattuale di tutta la filiera. Aumentano i profitti di pochi con i costi di salute e ambiente naturale devastati a carico della comunità pubblica.

    La Cina è diventata il primo esportatore in Italia del pomodoro. Prodotto che è un po’ il nostro simbolo identificativo alimentare facendone cadere il prezzo di mercato.  Non c’è da stupirsi nelle storie quotidiane di morti sul lavoro e di ipersfruttamento coloniale di immigrati o di manovalanza locale che non ha scelta. Lo fanno (i cinesi) con l’uso scriteriato di inquinanti, senza etica se non quella del poter esportare ad ogni costo.

    In Italia la GDO (Grande Distribuzione Organizzata) risponde determinando il ribasso dei costi per restare concorrenziali. I territori diventano una appendice locale di un mostro di cui non vedi la testa.

    Solo 4 anni fa un inchiesta di Report aveva stabilito che nel trasporto ortofrutta e animale ruotavano circa 7.000 piccole medie aziende appunto di trasporto e circa 5.000 avevano avuto segnalazioni di relazioni pericolose con la criminalità organizzata da cui dipendevano in vari modi.

    La necessità di avviare trasporti da un capo all’altro del mondo è uno dei motivi della perdita di sopravvivenza locale, perchè è una competizione regolata da terzi, indipendente.

    Del resto, perché stupirsi se lo stato finanzia porti per attrezzarsi al commercio internazionale di ortofrutta (vedi l’ultimo nato dei porti a Vado Ligure, SV per circa 450 milioni di euro pubblici) !  Poi arrivano arance dal Marocco, olive spagnole o prodotti da altri paesi che uccidono la potenzialità dei territori stessi, anche e soprattutto della riviera ligure. Così mentre la gente nella Piana di Albenga, nel retroterra di serre sanremese , sui terrazzi di olive taggiasche, nelle vigne di pregiati prodotti sparsi ovunque da Luni a Ventimiglia trovano vita dura e la campagna rende la vita difficile oltre che in una spirale impossibile da modificare dentro lo stesso ambiente. Con l’aggravante del cambio climatico evidente che influisce sulla resa stessa di coltivazione. Ma mentre i grandi gruppi lavorano su scale diverse, l’ortolano o l’allevatore piccolo-medio non hanno più spazio di manovra locale. I Gruppi di Acquisto Solidale o l’altro mercato-solidale  una realtà ancora viva, ma parziale. Funzionano da modello possibile e utile, ma il capitalismo finanziario li ingloba in un mercato controllato facendoli diventare, senza volere, parte di se stesso. Salvo piccoli esempi virtuosi o si cambia a monte l’intera impostazione dell’agricoltura e dell’allevamento o si è schiacciati.

    – Uno degli aspetti del capitalismo finanziario è che rende il piccolo “campagnolo” senza rete, come una barchetta in mezzo ad un mare agitato. L’agricoltura e l’allevamento non hanno più il fine di alimentare il territorio, ma di competere in un mercato vasto senza confini, che non controllano in nessun modo e che li rende senza autonomia e possibilità di scelta. Mentre il raccolto dell’agricoltore è limitato dalle sue risorse, tecniche, burocratiche e finanziarie, chi distribuisce sugli scaffali vuole solo “prodotti perfetti”, lo scarto se lo tiene il produttore ed è un ulteriore abbassamento e possibilità di ricatto di chi sta al vertice della filiera.

    Il PNRR di Draghi e l’agroalimentare

    – La retorica sprecata sull’etica della politica, l’uso spregiudicato del PNRR di Draghi che ancora va verso un aiuto ad un mercato selettivo, di pochi nei fatti.  Pare non abbia eco nei piani che contano sull’agricoltura e le particolarità regionali.  Mentre in continuità col passato i problemi rimangono, si spopolano i borghi, si chiudono le serre, si cerca un lavoro più stabile e sicuro (ma solo per pochi fortunati). Nel milione di posti persi nel 2020 ci sono compresi anche agricoltori che hanno gettato la spugna…

    – Difendere un territorio è salvarne le qualità dei suoi prodotti dal Pigato del levante, alla Granaccia, al Rossese, ai limoni succosi o delle arance (Pernambucco) finalesi, all’asparago viola di Montenotte e dintorni, all’aglio di Vessalico, ecc, ecc. Difendere un territorio è difendere questo mondo di sapienza contadina dalla finanza senza scrupoli che mette in borsa le quotazioni dell’acqua (o le società che ne gestiscono l’uso pubblico). La gestione del verde e della terra rispettandone i connotati produce miglioramenti nella salute, nel benessere personale e sociale.  Molti giovani già oggi stanno provando a riciclarsi da espulsi sociali anche laureati, inventandosi come contadini, facendo cooperative, gruppi che lavorano la terra e entrano in rapporto con i territori. C’è un distacco profondo fra la politica dei partiti (tutti) le complicità interessate per pura sopravvivenza di categorie e sindacati che lottano in parte solo contro gli effetti di scelte generali, quasi mai contro le cause e le scelte fatte da entità al di fuori della portata …

    Gettare oltre il muro del quotidiano un idea di agricoltura solidale, sostenibile significa cercare spiragli di alternativa alla sopravvivenza sociale, dove essere contadini ritorni ad essere orgoglio ed esempio di cocciuto combattimento per sopravvivere, ma soprattutto di solidarietà relazionale. Non ci si salva da soli, ma come parte di un progetto ampio ed una visione con al centro le persone. Allargare la capacità critica all’insieme della situazione. Riformulare domande e darsi risposte su quale mondo sia necessario è l’aspetto urgente, politico della transizione necessaria, non più procrastinabile, entro cui va valutato ogni aspetto del tema.

    Viviamo qui ed ora, ma mentre cerchiamo modi di sopravvivenza è utile sviluppare un pensiero critico articolato verso questa società ed il suo sviluppo. L’alimentazione rimane una necessità inderogabile come l’acqua, ma la forma di gestione o è sociale o non ha futuro. Il km zero rimane un idea poco praticata in un mondo deciso da lobby alimentari e industrie di lavorazione.

    Gianni Gatti