1. E’ utile/necessaria o inutile/dannosa l’idea di una società alternativa? Gli “inconvenienti” che denunciamo sono inerenti all’imperfezione della natura umana, alla casualità, a errori di singoli e così via, o rivelano qualche caratteristica sistemica che va modificata per migliorare in maniera significativa la vita degli umani e degli altri abitatori di questo pianeta?

    La domanda, posta ad un interlocutore (io) che nella società attuale si trova in posizione di privilegio, rende difficile una risposta che non sia sostanzialmente ideologica. In altre parole: “la mia realtà, in termini di collocazione sociale, amicizie, grado di cultura etc. non mi appare sostanzialmente negativa. Anzi. Mentre la realtà esterna, a partire dalla ferocia in cui vive una parte enorme dell’umanità (ferocia che io non sperimento ma che riesco ad immaginare e condannare), mi appare obbligatoriamente migliorabile”. La parola “obbligatoriamente” nasce dall’osservazione di quanto è stato fatto nel passato per rendere migliore la vita di un numero sempre maggiore di persone. Ritengo d’altra parte che questa prospettiva, sostanzialmente ottimistica, debba scontrarsi con la “potenza di fuoco” di chi da quel miglioramento non trarrà la conferma del suo stato attuale di privilegio. Sugli altri abitatori del pianeta sono pieno di curiosità scettica (il lupo e l’agnello), condita di strane visioni di un futuro possibile in cui sarà espulsa la violenza anche dalla natura; con buona pace di chi ritiene la natura intrinsecamente buona.

    1. E’ corretto a tuo parere aver individuato nel profitto il tratto caratteristico della società esistente? L’idea della cura è adeguata come alternativa a quella di profitto?

    Rispondo di sì a entrambe le domande.

    1. Ritieni giusto e condivisibile (non solo “legittimo”, che sarebbe ovvio) che i sostenitori dell’idea “Società della Cura” cerchino di farne un concreto progetto politico organizzandosi e promuovendo iniziative?

    Il numero di persone potenzialmente favorevoli alla società della cura rappresenta la stragrande maggioranza dell’umanità. La forma del partito non è, a mio modo di vedere, capace di trasformare quella maggioranza potenziale in maggioranza effettiva. Penserei alla società della cura non come ad una forza organizzata ed individuata in maniera simile ad un partito tradizionale (con la necessità di affannarsi a mostrare in quanto ci si distingue dagli altri “concorrenti”), quanto piuttosto come ad una sorta di “massoneria” che si infila dappertutto (come quella là, che di efficienza ne ha dimostrato un mucchio); forse un riferimento meno urticante potrebbe essere quello ad una realtà come sant’Egidio,

    1. Tu sei personalmente interessato al progetto “Convergenza dei movimenti per la Società della Cura”? A quali condizioni contenutistiche e organizzative?  

    Sono interessato, a patto che la convergenza sia “parallela” (grande Aldo Moro, che utilizzava concetti di geometria non euclidea). La convergenza, tout court, di soggetti anche quasi totalmente concordi ha provocato l’implosione del PD. Rimanere diversi e scoprire le proprie affinità è meglio che sposarsi e scoprire le proprie reciproche incompatibilità. Per essere più espliciti penso alla varietà delle posizioni del mondo cattolico; alla incompatibilità su alcuni temi tra mondo cattolico ed una parte del mondo laico; alla potenza che si potrebbe raggiungere su alcuni temi non divisivi (dignità della persona, “non fare parti uguali tra disuguali”, lotta contro il neo liberismo, pacifismo ed internazionalismo..)

    1. Considerazioni ulteriori, libere su questo questionario, sulla SdC e sul da farsi

    Verranno con il tempo. Per adesso ho già fatto abbastanza fatica a rispondere alle precedenti domande.