1. E’ utile/necessaria o inutile/dannosa l’idea di una società alternativa? Gli “inconvenienti” che denunciamo sono inerenti all’imperfezione della natura umana, alla casualità, a errori di singoli e così via, o rivelano qualche caratteristica sistemica che va modificata per migliorare in maniera significativa la vita degli umani e degli altri abitatori di questo pianeta?

    Trovo utile formulare un’idea di società alternativa, per vari motivi, forse più filosofici – culturali, che immediatamente politici. Per qualcuno sarà una sveglia, per qualcun altro sarà spaventosa, la maggior parte delle persone probabilmente rimarrà indifferente (vedi risposta successiva). Continuo ad essere convinto che il cambiamento culturale debba precedere quello politico. Un’idea alternativa costituisce un obiettivo a cui mirare. Senza un obiettivo si continua alla deriva, per inerzia. Tra l’altro un obiettivo politico è intrinsecamente multidimensionale: non ci sono solo gli euro, o l’efficienza del servizio, o le persone coinvolte, o la distribuzione della ricchezza o <inserire qui l’indicatore che si preferisce>. Un obiettivo politico dovrebbe tenere conto di tante di queste variabili contemporaneamente, altrimenti è miope. Forse dovrebbe anche tenerne in considerazione un numero limitato, per rendere la complessità gestibile.
    La seconda parte della domanda è difficile. Probabilmente ci sono entrambi i fattori: viviamo in un sistema capitalistico intrinsecamente stabile (proprio nel senso fisico del termine): qualunque perturbazione dello stato viene smorzata e si tende a ricadere nella perpetuazione del capitalismo, con le conseguenze di cui abbiamo parlato tante volte. Non dico che non si possano realizzare alternative, ma mi pare che per sostenerle ci si debba continuare ad investire energia. Secondo me su questo punto sarebbe interessante ed utile coinvolgere qualcuno con competenze di teoria dei giochi. Potrebbe essere un professore in pensione, oppure potrebbe essere uno studente di dottorato che abbia voglia di metterci un po’ della sua ricerca. Conosci qualcuno? Io non ho molti contatti, e  comunque ci vorrebbe qualcuno un po’ sensibile (al limite anche con una sensibilità opposta, un capitalista convinto, che però abbia una integra onestà intellettuale). Anzi, forse se fosse un oppositore aiuterebbe a scovare le falle.

    1. E’ corretto a tuo parere aver individuato nel profitto il tratto caratteristico della società esistente? L’idea della cura è adeguata come alternativa a quella di profitto?

    Forse no, ma anche questa è una domanda difficile, e forse inappropriata. Mi sembra un po’ come quando mia figlia Irene mi chiede quale sia il mio colore preferito. Non c’è un solo colore che mi piace, e non c’è un solo tratto caratteristico della società. La società è un fenomeno complesso, e non credo sia possibile sintetizzarla con un solo tratto (ho anche degli argomenti matematici a riguardo 😉 ). Però, per fare un po’ di politica da bar, allora sì, credo che il profitto sia ingombrante. Ma non è l’unico tratto “ingombrante”, mi sembra che ce ne siano anche altri, complessi e legati tra loro, ad esempio:

    • il capitalismo (non mi sento proprio di aggiungere niente)
    • l’individualismo: se fossimo meno individualisti, ci prenderemmo più curadella nostra società. Mi sembra che l’individualismo si manifesti con due facce: da un lato con il protagonismo, il bisogno di apparire, di mostrare che abbiamo idee e che siamo più in gamba degli altri. Mi chiedo se non ci sia un’epidemia di solitudine e abbandono che viviamo tutti… ma sarebbe pane per i denti di psicologi e sociologi. Dall’altro lato invece c’è l’isolamento ulteriore, l’essere schivi, il dire non sono abbastanza bravo… oppure proprio il fregarsene e pensare solo al proprio benessere, magari con un orizzonte temporale di uno o due giorni al massimo.
    • l’analfabetismo funzionale: se non capiamo i messaggi che ascoltiamo e leggiamo, non siamo in grado di distinguere un concetto da un altro, non capiamo nulla, non siamo in grado di discriminare e prendiamo decisioni “discutibili”. E in generale comunque vedo molti adulti che evitano di prendere decisioni, le rimandano, le delegano. Persino quelli incaricati di prenderle. Mi piacerebbe approfondirne i motivi.
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    1. Ritieni giusto e condivisibile (non solo “legittimo”, che sarebbe ovvio) che i sostenitori dell’idea “Società della Cura” cerchino di farne un concreto progetto politico organizzandosi e promuovendo iniziative?

    Se con “progetto politico” intendi partiti / liste o simili, penso che sia un’esperienza da fare, ma ho la sensazione che funzionerebbe meglio a livello locale e che la probabilità di successo decada mano a mano che si sale verso l’alto. E’ un interrogativo che mi pongo da tempo: se non esercitiamo mai il diritto di candidarci, questo si indebolisce. Se la esercitiamo e facciamo una lista nazionale sembriamo dei soggetti strani e poco credibili, e magari non passiamo gli sbarramenti. Forse bisognerebbe fare lobby in maniera pesante, ma in Italia mi sembra che i governanti siano veramente senza vergogna. Forse bisognerebbe riuscire a toccarli nei punti deboli: i voti e il portafogli. Come? Non lo so. Ma forse bisogna lavorare ancora più a monte, sulla cultura. In questo momento mi sembra che l’educazione dei nostri figli sia cruciale.
    Aggiungo una riflessione: fissare un obiettivo è importante, ma poi serve un metodo per raggiungerlo. Molti politici intransigenti con cui mi sono confrontato in passato insistono molto sull’obiettivo, e niente su come arrivarci. Secondo me la manovra è importante. Se l’obiettivo è alto e lontano, cosa posso fare oggi per arrivarci? Serve un percorso che sia sostenibile (perché non possiamo scoppiarci tutti i giorni come abbiamo fatto in campagna referendaria) e concreto (perché la rivoluzione attesa da gruppi come Lotta Comunista) potrebbe non arrivare mai. Quali sono piccoli passi in una direzione chiara?

    1. Tu sei personalmente interessato al progetto “Convergenza dei movimenti per la Società della Cura”? A quali condizioni contenutistiche e organizzative?

    No. Mi spiace, ma non me la sento. Mi fa piacere sentirci e parlarne. Sono interessato a scambiare qualche chiacchiera, e occasionalmente a partecipare a riflessioni / webinar / forse qualche conferenza. Non mi sento di prometterti un impegno. L’esperienza in consiglio comunale è stata frustrante, ma non è solo per quella che non mi va di impegnarmi. Ho in mezzo una ricerca personale a cui ho bisogno di dedicarmi.